Bagnanti a Bologna: quando le ferie non esistevano


L’estate è per antonomasia il periodo più atteso dell’anno perché ci si può concedere un periodo di riposo e di divertimento. I giovani amano soprattutto il mare perché ci si può tuffare e scherzare tra le acque. Non sempre, però, in passato, i bolognesi potevano concedersi di andare fuori città: sicuramente non i poveri o le famiglie meno agiate. E, allora, come si rimediava? Esistono documenti e fotografie che testimoniano di quali alternative ci si serviva.
  Bologna, anche se oggi può sembrare difficile crederlo, era una città d’acqua, dove abbondavano i canali e, soprattutto il Canale di Reno, essendo largo e sufficientemente profondo anche per le nuotate estive, veniva assai frequentato. L’abitudine risale a tempi antichi: alcuni bandi del XVI secolo ci informano che i divieti di balneazione venivano imposti di frequente, ma quasi sempre rimanevano disattesi. Già in un’incisione di Antonio Basoli si vedono alcuni bagnanti che sguazzano nei pressi di via delle Lame.
Esiste poi una splendida fotografia di anonimo fotografo di fine Ottocento che fissa una scena di quotidiana normalità estiva ancora presso il Canale di Reno, alla Grada, nelle vicinanze di Porta San Felice. Gli addetti all’annaffiamento stradale riempiono le cisterne, alcuni ragazzi fanno il bagno, una lavandaia sciacqua i panni. Nonostante i divieti di cui sopra, l’acqua del canale veniva usata per gli scopi più diversi. Nel 1886 il medico Francesco Roncati redasse un’ approfondita relazione sull’argomento per una commissione appositamente creata dalla Società Medico Chirurgica di Bologna. In detta relazione stigmatizzò che “...in acque tanto immonde si lavano, per nettarli, pannolini sudici, e d’estate vi si tuffano per godimento e nettezza del corpo (chi potrebbe crederlo?) moltissime persone; ed i barilai attingono da questo canale l’acqua da portarsi nelle case private per bagni e forse in molte cantine (come in passato) per diluirvi il mosto e il vino; e gli inservienti municipali ne pompano l’acqua dentro le botti destinate all’annaffiamento delle strade cittadine, spargendo in tal maniera una vera miriade di microbi morbigeni“. Questo tratto di canale venne tombato negli anni Cinquanta del Novecento.
I motivi di divieto erano quindi legati sia al pubblico decoro e alla preservazione della morale (non dimentichiamo che Bologna per secoli fu città dello Stato Pontificio) sia al pericolo di contrarre pericolose malattie, visto l’inquinamento delle acque.
Il 30 giugno 1910 venne aperta una “vasca natatoria” in via Milazzo. Inaugurata dal sindaco Tanari, questa prima piscina, era da considerarsi erede del bagno della Grada, che si affacciava sul Canale di Reno. L’acqua veniva cambiata ogni giovedì. Si fornivano differenti calzoncini da bagno ogni due ore circa, per impedire che qualcuno rimanesse oltre il turno per il quale aveva pagato. Una volta dismessa, divenne luogo di esercitazioni per i Vigili del Fuoco.
Il 31 ottobre 1926 venne invece inaugurato l’impianto polisportivo del Littoriale, fortemente voluto da Leandro Arpinati, allora podestà. Oltre al campo di calcio dotato di pista per l’atletica e campi da tennis, l’impianto prevedeva due piscine, di cui una, per la prima volta in Italia, al coperto.
Nello stesso periodo, altre alternative offerte ai bagnanti “fai da te” erano le due chiuse del fiume Reno a Casalecchio e del Savena a San Ruffillo. Entrambe le località potevano agevolmente essere raggiunte con il vaporino o con mezzi pubblici e nelle vicinanze spuntò perfino qualche locale pubblico. Fortunatamente, però, negli anni Trenta del Novecento il mare della vicina Romagna non risultò più così proibitivo: i treni popolari domenicali erano quasi alla portata di tutti e molti iniziarono ad approfittarne.
Poi, nel secondo dopoguerra, il boom economico e le vacanze per tutti i portafogli…e meno male!

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